Quasi mezzo millennio fa la Storia con la S maiuscola passava da Messina.

Era infatti l’estate 1571 e sulle rive dello Stretto si riuniva l’armata navale che il 7 ottobre successivo avrebbe affrontato a Lepanto la flotta di Alì Pascià.

La battaglia fu uno scontro tra due civiltà: due modi opposti di concepire la storia e il senso dell’uomo su questa terra. Ma fu anche il tentativo di porre fine all’espansionismo islamico in Europa e alle continue scorrerie corsare nel Mediterraneo a danno delle popolazioni cristiane e dei commerci intra ed extra europei, per i quali i veneziani erano fortemente esposti. Al riguardo solo qualche mese prima la Serenissima aveva perso l’importante snodo commerciale di Cipro difeso strenuamente da Marcantonio Bragadin, torturato e scorticato vivo per ordine di Mustafa Pascià dopo l’assedio di Famagosta.

In questo contesto, mettendo da parte le rivalità, la costituzione di un’armata navale promossa da Pio V doveva impedire che sull’Europa cristiana, già ferita dalla divisione tra cattolici e protestanti, garrisse la bandiera con la mezzaluna decrescente. L’idea, subito accolta dal re di Spagna, consentì la nascita di un’alleanza tra le maggiori potenze cattoliche del continente che, proprio a Messina, per posizione strategica e capacità del suo porto, vide riunire le flotte della Repubblica di Venezia, della Spagna, dei Ducati di Savoia, Mantova, Ferrara, Urbino e Parma, delle Repubbliche di Genova e Lucca e del Granducato di Toscana. Imponente fu anche il contributo dei Regni di Sicilia, Napoli e Sardegna, che assieme assicurarono una quarantina di galee, e quello di prestigiosi Ordini cavallereschi tra cui i Cavalieri di Malta, i gerosolimitani di San Lazzaro sulle galee del duca di Savoia, e i pugnaci Cavalieri di Santo Stefano Papa e Martire, di cui quest’anno ricorrono i 460 anni della fondazione.

L’arma più formidabile fu però quella delle galeazze veneziane. Sei possenti navi da guerra che sembravano castelli galleggianti, dove archibugieri e cannoni collocati sia a prua che a poppa, e ancora lungo le murate laterali dell’imbarcazione, riempivano tutti gli spazi a bordo.

Non senza divergenze comandante generale della flotta fu scelto don Giovanni d’Asturia, figlio naturale di Carlo V e fratellastro di Filippo II, giunto a Messina il 23 agosto e salutato dal fragore dei cannoni della fortezza e di quelli degli squadroni delle galee.

Prima della partenza si rividero nuovamente i piani e l’ordine di battaglia e nello stato maggiore emersero due concezioni differenti di condurre la guerra. Uno sin da subito aggressivo, e, l’altro, di spagnoli e genovesi più attendista. Nella fase preparatoria ai soldati venne imposto il massimo rigore, tanto più che fu messo al bando il gioco a sorte e prevista la pena di morte in caso di bestemmia; fu anche necessario sedare le risse dove una in particolare costò la vita a un capitano di Cortona e a tre ufficiali spagnoli.

Il 16 settembre, con la benedizione del card. Granvelle, la flotta cristiana mollò gli ormeggi e prese il mare con un’armata di dodicimila italiani, cinquemila spagnoli, tremila tedeschi, tre mila venturieri di diverse nazionalità e quarantamila rematori. L’alba del 7 ottobre, alla vista nel Golfo di Corinto della flotta ottomana, dall’ammiraglia di don Giovanni d’Austria fu dispiegata la bandiera verde, segno dell’ incombente battaglia aspramente combattuta su un fronte di 23 chilometri.

L’esito vittorioso riuscì ad arrestare per qualche tempo l’avanzata turca nel Mediterraneo e a liberare migliaia di europei tenuti in schiavitù. Si trattò di uno scontro epocale, con risvolti non solo terreni ma anche spirituali. Pare infatti che nelle ore della battaglia Pio V avesse una visione rivelatoria sul trionfo della Lega Santa. Attribuendo alla preghiera del Rosario particolare efficacia, l’anno successivo (1572) il papa istituì la festa della B.V. Maria della Vittoria e l’invocazione della Madre di Cristo come Auxilium Christianorum fu incorporata nelle litanie lauretane.

Dal punto di vista politico la vittoria conseguita a Lepanto salvò l’Europa dal pericolo ottomano e dalla conseguente instaurazione di usi, costumi e istituzioni assai estranei ai popoli del vecchio continente, anche se il rapido disfacimento dell’alleanza militare cattolica favorì una nuova espansione islamica nei Balcani, dove un secolo più tardi le armate della Sublime Porta arrivarono a cingere d’assedio Vienna. Ma questa è un’altra storia.