Quando si varca l’ingresso di un teatro si accede ad un luogo che miscela sacro e magia.
Quello che comunemente chiamiamo spettatore è un viaggiatore che si proietta verso destinazioni solo in apparenza definite. Per quanto egli creda di conoscere la strada, per quanto, più o meno volontariamente, raffronti i dettagli della memoria con lo scenario del presente, a chiusura di sipario, sarà sorpreso dal percorso compiuto.

È vero, non sempre accade e lo stupore è solo il livello superficiale di una ben più profonda stratificazione di emozioni, ma resta il fatto che quando il messaggio, rappresentato dal testo, si sposa con i suoi messaggeri, gli attori, magia è fatta.

“Edipo” messo in scena al Teatro Vittorio Emanuele dalla Compagnia Mauri Sturno ripropone questa magia attraverso due capolavori di Sofocle: “Edipo Re” e “Edipo a Colono”. Due tragedie coniugate per raccontare l’intera vicenda del Re di Tebe e offrire al pubblico la conclusione voluta dall’autore.

Sofocle, ormai vicino al termine della vita, “quando la bilancia si è ormai inclinata”, libera il suo personaggio, Edipo, dalle catene di un destino doloroso e ineluttabile, lo solleva dal peso delle sue incolpevoli sventure, riabilitandolo agli occhi di coloro che lo hanno accolto.

Due regie differenti, Andrea Baracco per Edipo Re e Glauco Mauri per Edipo a Colono. Non contrapposte, ma profondamente differenti. La prima virata al moderno nelle scene e nei costumi (Marta Crisolini Malatesta). Atmosfera plumbea, al centro del palco una pozza d’acqua, sullo sfondo le mura della reggia di Tebe, che si squarceranno nel momento della discesa agli inferi della suicida Giocasta.

Edipo è interpretato da Roberto Sturno, la cui recitazione, incisiva e ricca di pathos, catalizza l’attenzione sul testo soflocleo, aggirando la distrazione degli artifici di scena. È un re vincente, ha risolto l’enigma della Sfinge, con “intelligenza e ragione” ha sopraffatto quel mostro, ma il destino ora sta “svuotando” il suo regno. Carestie e pestilenze attanagliano Tebe. La popolazione chiede aiuto proprio a lui, che è già stato il salvatore.

Edipo indaga, interroga insistentemente coloro che gli stanno accanto; sembra lontano dalla verità ma “in questa terra, ciò che si cerca si trova; sfugge ciò che si tralascia” gli dice sibillino Creonte (Roberto Manzi).

Tiresia (Glauco Mauri), Giocasta (Elena Arvigo) e il pastore di Laio (Paolo B. Vezzoso) tentano invano di dissuaderlo, più vicini alla verità di quanto sia lui, uomo “cieco nelle orecchie e nella mente”. Quando, infine, gli incastri del destino si completano, Edipo verrà a sapere di essere stato parricida, di avere generato i figli da un rapporto incestuoso e di essere la causa della pestilenza a Tebe. Non si toglie la vita, si acceca, è una morte simbolica per ciò che, un tempo, non ha visto e, successivamente, ha voluto vedere.

La seconda regia, l’Edipo a Colono, è di Glauco Mauri e si affida a canoni più classici, in un allestimento “archeologico” di blocchi marmorei, inondato di luce, nel quale i personaggi svelano a turno la propria identità. Edipo (Glauco Mauri) anziano, mendico, accompagnato dalle figlie Antigone (Arvigo) e Ismene (Laura Gandolfi) trova a Colono (luogo di nascita di Sofocle) l’accoglienza che tutti gli altri gli hanno rifiutato. Completerà lì la sua vicenda umana, assolvendosi dal peso delle sue azioni “sofferte, non compiute” e accompagnato da Teseo (Giuliano Scarpinato) nel bosco sacro alle Eumenidi sparirà per volontà degli dei, lasciando una profezia favorevole per la città di Atene.

“Edipo” è uno spettacolo di alto livello, si comprende il valore del progetto teatrale di Mauri e Sturno valutandone, tra l’altro, la complessità, la capacità degli attori di intercalarsi nei ruoli di entrambe le tragedie, di gestire lo spazio di un palco che è ben diverso dall’arena di un teatro antico e, non ultima, la tangibile passione per il teatro che esalta le prove artistiche degli attori protagonisti.
Quindi, un plauso particolare a Glauco Mauri e Roberto Sturno le cui interpretazioni resteranno nella memoria del pubblico messinese per bellezza e profondità.