A Messina, presso il Museo Regionale, si conservano ben due capolavori del grande pittore Michelangelo Merisi (1571 – 1610), più noto come Caravaggio: L’Adorazione dei pastori e la Resurrezione di Lazzaro. Con riguardo a quest’ultima opera si può innanzitutto asserire che si tratta di un olio su tela (cm 380×275) risalente al 1609.
Il meraviglioso dipinto si deve alla irrequieta permanenza di Caravaggio a Messina dopo la fuga da Malta e la cacciata dall’Ordine dei Cavalieri giovanniti, dove prima vi veniva ammesso ai gradi più alti e senza l’onere delle prove il 14 luglio 1608, mentre dopo, a causa di una rissa, vi subiva la privatio habitus premessa alla successiva espulsione secondo la formula tamquam membrum putridum et foeditum.
E’ dunque a Messina che il grande pittore lombardo presentandosi come “fra Michelangelo Caravagio militis Gerosolimitanus ”  otterrà l’incarico di realizzare la Resurrezione di Lazzaro. L’opera commissionata per 1000 scudi dal banchiere genovese Giovanni Battista de’ Lazzari, che dapprincipio si sarebbe impegnato con i padri crociferi per la consegna di una pala d’altare per la chiesa dei Ss. Pietro e Paolo dei Pisani raffigurante il Battista primeggiare sugli altri santi adoranti la Vergine col Bambino, viene profondamente rivista dall’artista, che nei mesi successivi consegnerà una meraviglia della pittura naturalistica, dove nell’ambito di una scenografia teatrale, il chiaroscuro utilizzato sugli spazi e i volumi dei corpi, posti fuori dagli schemi della tradizione idealizzante dei soggetti, proporrà una narrazione nuova, priva di retorica, tutta focalizzata sui concetti della vita e della morte.
Per quanto invece concerne il tema, sono diverse le ipotesi avanzate dagli studiosi: un paio assai probabili riguardano il nome del ricco committente, come quello di Lazzaro di Betania, e il fatto che la missione dei padri crociferi, reggendo una chiesa conosciuta con nome de’ Ministri degli Infermi, fosse destinata all’assistenza dei moribondi.
Di particolare interesse è poi sapere che per dipingere Lazzaro l’artista si servisse di un cadavere disseppellito e in stato avanzato di decomposizione, facendolo reggere da alcuni facchini sotto minaccia di arma bianca. Nulla è lasciato al caso: Lazzaro, indicato perentoriamente dal Cristo, come uscito dal sepolcro assume la forma della croce, forse richiamando l’abito dei crociferi, mentre alla destra si notano Marta e Maddalena chine sul fratello defunto, sottolineando l’analoga sorte toccata al committente della tela.
Il corpo del resuscitato, su cui si proietta un fascio di luce che muove dalle spalle di Gesù, conserva la rigidità della morte, timidamente pervasa da un tenue risveglio che, sotto gli occhi di una folla testimone del miracolo in cui si intravede lo stesso autore dell’opera, annuncia il ritorno alla vita.
Ulteriori elementi riguardanti la tela ci vengono forniti dai colori utilizzati: senza dubbio di derivazione locale; e per le caratteristiche delle pennellate, a tratti appena accennate, si direbbe che il dipinto tradisca una certa fretta di esecuzione. E’, infatti, noto che la permanenza di Caravaggio in Sicilia sia stata particolarmente breve, e non si esclude che sentendosi braccato a motivo dell’omicidio di Ranuccio Tommasoni tre anni prima a Roma, e per le conseguenze dovute alla cacciata dall’Ordine melitense, l’artista decidesse di fuggire a Palermo e poi a Napoli nella speranza di mettersi sotto la protezione dei Colonna.
Nella convinzione poi di ottenere dal Papa la sospensione della pena, il talentuosissimo pittore lasciava la città partenopea ma, invece di trascorrere il tempo necessario per l’ottenimento del condono papale sotto l’egida degli Orsini, il 18 luglio 1610 moriva in circostanze poco chiare a Porto Ercole.