CORAGGIOSI E CAUTI
COME AFFRONTARE LA PANDEMIA DA COVID 19?
COSA HA DA DIRE AL RIGUARDO LA FILOSOFIA?

In un momento storico in cui la scienza, tra verità, leggende e fake news, domina la scena mediatica, in cui virologi ed epidemiologi dibattono nei salotti televisivi in videoconferenza ora per mettere in guardia, ora per fornire risposte, talvolta contrastanti, dove si colloca la filosofia e che ruolo sociale può avere? A questo quesito, e a molti altri, hanno cercato di rispondere alcuni dei filosofi italiani più autorevoli e i presidenti delle società di filosofia durante la maratona della Strada della filosofia dal titolo “Phil Covid, Maratona di filosofia. Coraggiosi e cauti, come affrontare la pandemia da Covid 19? Cosa ha da dire al riguardo la filosofia?

Organizzata dal direttore del Dipartimento di Scienze cognitive dell’Università di Messina Pietro Perconti e moderata dal direttore della “Strada degli scrittori” Felice Cavallaro, la maratona nasce con l’obiettivo di fornire un’immagine complessiva di ciò che la filosofia italiana ha da dire, dimostrando che la filosofia può risultare socialmente utile mentre viviamo questa incerta fase della pandemia da coronavirus.

12 sono stati gli interventi in diretta live durante i quali si è discusso di divieti, libertà personale, panico, ripresa, fase due, libero arbitrio, privacy, fiducia. In collegamento studenti e docenti di alcuni licei del territorio siciliano: di diverse classi del Liceo Empedocle di Agrigento, il liceo Umberto di Palermo e il liceo Ruggero Settimo di Caltanissetta.

Il leitmotiv del convegno, svoltosi in modalità telematica, con i relatori in videoconferenza, trasmesso in una diretta live contemporaneamente sulla pagina della “Strada degli scrittori” e sulla pagina della “Treccani”, è stato quello esplicitato nel sottotitolo: coraggiosi e cauti. Una dicotomia che non deve essere interpretata come una contrapposizione.

Secondo il prof. Pietro Perconti, la filosofia può risultare socialmente utile. «Vogliamo contrastare lo stereotipo dei filosofi tutti “chiacchiere e distintivo” — ha detto il prof. Perconti — Questa iniziativa è nata da una preoccupazione: ho il dubbio che nel giusto tentativo di contrastare il virus della pandemia vediamo infiltrarsi un altro virus, più subdolo, meno pericoloso apparentemente: il virus del conformismo dei sentimenti, ovvero la pretesa che tutti i membri di una comunità debbano condividere lo stesso “mood emotivo” come si dice oggigiorno. In una prima fase eravamo chiamati ad affacciarci alle finestre, cantare l’inno, suonare tutti alle 6 del pomeriggio. Poi bisognava rattristarsi: se non eri rattristato e facevi un barbecue magari da solo nel tuo terrazzo non andava bene. Ora arriva la fase in cui bisogna ripartire e anche qui bisogna sintonizzarsi con questo mood emotivo. Ai trasgressori sentimentali vengono impartite severe sanzioni morali. A me invece piace difendere l’idea che c’è differenza tra lecito e opportuno e la valutazione dell’opportunità deve essere lasciata ai singoli individui e non alle autorità pubbliche. Se ciò non avviene, alla fine ci ritroveremo con una democrazia meno robusta. Il conformismo dei sentimenti è parente stretto del paternalismo e il paternalismo corrode la democrazia liberale. Preferisco che sia il buon senso a limitare la legge. Dobbiamo avere fiducia nelle persone, investendo nel buon senso delle persone ci ritroveremo con una coesione sociale maggiore».

Il primo tema affrontato durante il dibattito tra i relatori è quello della libertà. Il prof. Mario De Caro studioso pendolare tra gli Stati Uniti e l’Europa professore di filosofia morale esperto dei temi della libertà. Come amministrare il tema della libertà in questo periodo difficile? Il prof. De Caro ha detto: «Cos’è la libertà? La capacità di decidere e agire in autonomia. Se ne parla quando c’è qualche vincolo, qualche costrizione che la minaccia. Libertà rispetto a certe decisioni dello Stato. Le decisioni dello stato sono di due tipi: le decisioni paternalistiche ovvero quelle che pretendono di entrare nella vita degli individui quando queste non hanno conseguenze per gli altri individui; e poi ci sono le decisioni che lo stato prendono quando queste minacciano le libertà altrui. Alcuni provvedimenti sono certamente esagerati e anche irritanti, altri sono stati indispensabili».

Il prof. Riccardo Manzotti (IULM Milano) pone l’accento sul ritrovato ruolo degli esperti. «Ci stanno raccontando questa favola delle scelte obbligate che dovrebbero essere decise solo dagli esperti — ha detto il prof. Manzotti — Io dico che l’esperto mi può dire piove o non piove ma non mi può dire di non uscire sotto l’acqua. In questi giorni ci hanno raccontato la favola secondo cui la nostra capacità decisionale va messa nelle mani degli esperti. È sbagliato, gli esperti non sono onniscienti. La capacità di scelta non è mai un calcolo. La vita non è calcolo. La vita è anche scommessa, presa di responsabilità e in questo periodo ci hanno imposto un comportamento obbligato: miriadi di regole e regolette. In realtà secondo me avevano un obiettivo, ovvero non tanto quello di prevenire il virus quanto quello di creare un regime di severità, intento che è stato espresso dal sottosegretario dell’Emilia Romagna. Un regime nel quale i cittadini abdicano al loro buonsenso giungendo ad un sistema di regole del quale è impossibile individuarne la razionalità. Ci si abitua a pensare che la libertà non è più un diritto».

A proposito di buonsenso, il prof. Alberto Voltolini, docente di filosofia del linguaggio e della mente all’università di Torino, afferma: «Non mi fido del buon senso delle persone. In questo contesto la filosofia è utile. Deve favorire il ruolo degli esperimenti di pensiero. Serve da un lato a farci vedere che le cose potrebbero andare in modo diverso da come di fatto vanno o farci vedere come le cose di fatto vanno come dovrebbero andare da noi, disegnando degli eventi che potrebbero risultare improbabili».

Anche la prof.ssa dell’Università di Parma Beatrice Centi, Presidente della consulta nazionale di filosofia, si schiera tra i “cauti”: «Vorrei essere un po’ più drammatica. Ci siamo trovati in una situazione limite nella quale io credo sia importantissimo avere il coraggio della verità e prendere atto che la situazione è difficile. La verità deve essere chiesta alla scienza ma anche alla filosofia. In questo momento ci dovremmo proporre delle domande molto serie: che tipo di idea di umanità abbiamo? Chiederei la cautela contro i miti: i miti hanno un loro significato ma attenzione al mito del rinnovamento della palingenesi, che tutto non sarà come prima, che saremo tutti diversi».

Impossibile, oggi, prescindere dal tema della paura.
Il prof. Emidio Spinelli (Università Sapienza di Roma), Presidente della Società filosofica italiana ha detto: «La paura è un dato di fatto, non è questione di essere fobici. Una situazione come quella che stiamo vivendo è normale che generi paura. La paura non è un optional, è qualcosa che abbiamo di default. La questione è se noi dobbiamo avere e vivere una paura “di” o se possiamo trasformare questa paura in una paura costruttiva. La paura c’è ma se essa aiuta a trovare soluzioni non è una sorta di sentimento negativo, anzi, diventa un elemento costruttivo. Ci troviamo in una situazione di eccezionalità in cui la decisione non riguarda più la singolarità della libertà individuale ma si misura con un confine più ampio».

Compito della filosofia è anche quello di vigilare sulla parola. Lo ha detto la docente di filosofia del linguaggio e presidente della Società di filosofia del linguaggio prof.ssa Francesca Piazza: «Il linguaggio ha una natura ambivalente: può ricucire quanto tagliare. Il compito decisivo della filosofia del linguaggio è la vigilanza sulle parole, la consapevolezza che ogni parola evoca un mondo, è importante avere la consapevolezza del peso che hanno le parole, soprattutto quando si ricopre un ruolo pubblico».

Il prof. Adriano Fabris, presidente della Società Italiana di Filosofia Morale, invita invece all’equilibrio. «Alcuni principi apparentemente contrapposti devono trovare un punto di equilibrio, il punto di mezzo — ha detto il prof. Fabris — È questo il difficile. Siamo abituati ormai purtroppo nella età tecnologica in cui viviamo a prendere le decisioni seguendo determinate procedure. Le procedure non sono processi, sono decisioni standardizzate, come quelle delle macchine. L’essere umano però è analogico, non digitale. Noi siamo persone che in maniera creativa cercano rispetto le situazioni concrete il punto di equilibrio: lasciateci almeno questo. Se sono un estremista dell’equilibrio, il resto lasciatelo fai ai social».

Emanuele Castano, dell’Università di Trento, ha affermato: «Ho insegnato per vent’anni che gli esseri umani sono pessimi nelle prese delle decisioni. Non mi fido, non mi fido nemmeno di me stesso. Dal mio punto di vista l’idea dell’esperto è fondamentale, non mi fiderei di inesperti in questa fase. Il ruolo della politica è importante nel decidere quali sono le priorità ma non per decidere come organizzarsi per soddisfarle. In questo momento bisogna fidarsi. Siamo in un periodo storico in cui c’è stata una severa diminuzione di fiducia sia nel mondo della scienza sia nel mondo della politica».

«Coraggiosi e cauti: non si tratta di un’alternativa ma di una congiunzione — ha detto il prof. Luca Illetterati, Presidente della società italiana di filosofia teoretica — È interessante perché il contrario di coraggio non è cautela e il contrario di cautela non è coraggio ma l’imprudenza. Io credo che esista un coraggio della cautela. Il coraggio è davvero tale solo se è cauto, se sa essere cauto. Un coraggio che non è cauto è un disastro, è un delirio. Il compito della filosofia è quello di provare a ragionare sulle parole che chiamiamo in causa in questi dibattiti. La filosofia mette in discussione il noto, di ragionare su tutte quelle parole che normalmente diamo per scontate. Luca Illetterati si schiera contro quell’astrazione che divide i coraggiosi da una parte e i cauti dall’altra. Gli uni come difensori della vita piena, gli altri come difensori di quella che Giorgio Agamben chiama “nuda vita”, la vita biologica». Secondo il prof. Illetterati questa separazione non sussiste. Il rischio è che alcune delle norme, delle prassi, diventino abitudini, si incistino nella nostra dimensione collettiva e sociale. La filosofia viene qui richiamata ad assolvere la sua funzione di critica, le si chiede di essere continuamente attenta a fare in modo di ciò che viene presentato come emergenziale non sia solo un banco di prova della nostra quotidianità.

Che ruolo hanno gli esperti in questo contesto? Il prof. Massimo Dell’Utri, Presidente della società italiana di Filosofia teoretica, ha detto: «Chi stabilisce la verità? Ci sono gli esperti dei vari settori. Gli esperti hanno un ruolo molto importante, a chi altri dovremmo rivolgerci? Ma c’è un’immagine sbagliata degli esperti: loro sono esseri umani e possono sbagliare. Dalla fase uno dovremmo trarre tre insegnamenti: la prima è questa dimensione della lentezza che per forza di cose l’isolamento ci ha fatto sperimentare che ci ha dato la possibilità di concentrarci in noi stessi. Alcuni hanno scritto che la quarantena ha dato loro la possibilità di tornare a leggere. Leggere sì ma è importante anche riflettere; il secondo insegnamento è quello della centralità della scienza. La scienza diventa una delle principali discipline che in questo momento devono guidare i nostri comportamenti ma cum grano salis. Gli strumenti informatici: anche questo è uno degli elementi di cui fare tesoro. Hanno avuto una grandissima importanza ma anche questa è una delle cose da prendere cum grano salis. Gli strumenti informatici sono appunto strumenti, si possono usare bene e si possono usare male. Le scuole e le università hanno la possibilità di istruire all’uso».

E, a proposito del ruolo della scienza, la prof.ssa Gloria Origgi, direttrice di Ricerca al CNRS di Parigi (Ècole Normale Superiéure, Ècole des Hautes Etudes en Sciences Sociales), ha detto: «La scienza è un’attività aperta. Abbiamo avuto voci discordanti e per la prima volta abbiamo dovuto gestire queste voci con il nostro buonsenso. Se la scienza è protagonista il nostro spirito critico si può esercitare proprio perché la scienza è un’attività aperta. Non dobbiamo pensare che sia qualcosa che chiude la discussione dandoci la posizione che va bene per tutti. Non c’è una sola fonte di verità ma per procedere criticamente bisogna avere un dissenso. Di questo messaggio secondo me dovremmo fare tesoro». A proposito della fiducia la prof.ssa Origgi ha affermato: «Nella nostra concezione della vita comune una fiducia minima reciproca è indispensabile per condividere uno spazio. Le relazioni indifferenti si basano comunque su un piccolo zoccolo di fiducia. La fiducia è un livello di vulnerabilità accettata da tutti nei confronti del potenziale rischio che comporta intraprendere una relazione con gli altri e si dice che la fiducia sia il cemento della società perché ci consente di vivere senza calcolare continuamente costi e benefici dei rapporti con gli altri. Dei meccanismi di microfiducia sono in gioco per far crescere una società coerente. Abbiamo visto la riorganizzazione della vita sociale basata su relazioni di sfiducia, cioè basata su relazioni rispettose ma sfiduciate. La sfiducia diventa un valore e una norma di coordinazione sociale. Che cosa faremo di queste relazioni sfiduciate? Come si ricostruisce una fiducia in queste nuove distanze?»

Un altro argomento profondamente attuale sollevato dalla prof.ssa Origgi è quello del tema della privacy. «Abbiamo criticato a lungo la mancanza di privacy — ha detto la prof.ssa — ma ora siamo disposti a farci tracciare per monitorare i contagi. Ci troviamo in un momento di intimità globale in cui cediamo un po’ della nostra privacy per soddisfare un bisogno di sicurezza. Non possiamo ripartire con quell’individuo che eravamo tre mesi fa, dobbiamo ripartire da questi nuovi individui che siamo e capire cosa possiamo accettare e cosa non possiamo accettare di questo principio normativo che ci viene proposto».