Ancora nel tepore del proprio sonno, all’alba del 28 dicembre 1908, i messinesi venivano colpiti da un violentissimo terremoto. 37 interminabili secondi furono bastevoli per radere al suolo una delle più antiche ed importanti città della Sicilia.
La tremenda scossa fu così devastante da considerarsi un indice di misurazione nuovo nel campo della scienza e per lo stesso Giuseppe Mercalli. Si stima all’incirca che dei 140.000 abitanti, più di 80.000 furono i morti. Non meno amara fu la sorte per i sopravvissuti, i quali furono privati dei propri cari e persino dei luoghi della memoria.
Il cataclisma, poi accompagnato dal maremoto che travolse molti degli scampati che per salvarsi si radunarono sulla banchina del porto, fu così forte che si registrarono crolli nella provincia di Catania e in Calabria fino a Bagnara, Palmi e addirittura Catanzaro. Mentre Reggio Calabria fu anch’essa distrutta, contando più di 15.000 morti. Quel tratto di costa che Edmondo De Amicis definiva una successione infinita di curve, che sembra la ripetizione ritmica d’un pensiero gentile, non esisteva più. Restava solo un paesaggio lunare dal quale esalavano gli ultimi respiri e le lamentazioni più strazianti. Nella stessa giornata del 28 dicembre si registrarono altre sessanta scosse minori, e ancora nei giorni successivi non si arrestò lo sciame sismico. Alle enormi perdite umane si aggiunsero i danni alle reti stradali e ai sistemi di comunicazione, tanto gravi da compromettere le prime operazioni di soccorso. Basti pensare che in rada vi erano alcune unità della regia marina che non riuscirono a mobilitarsi.: si trattava delle torpediniere Saffo, Serpente, Scorpione e Spica, e dell’incrociatore Piemonte, il cui comandante morì a motivo del terremoto. Tuttavia La Saffo, facendosi largo tra i rottami defluiti in mare, operò un primo trasporto dei sopravvissuti in alcuni luoghi sicuri, tra cui a Milazzo, mentre fu da Marina di Nicotera, alle 17.25, che il T.V. Aurelio Belleni, ufficiale della Spica, inviò a Roma il seguente telegramma:

Ore 5.20 minuti terremoto distrusse buona parte Messina – Giudico morti molte centinaia – case crollate – sgombro macerie insufficienti mezzi locali – urgono soccorsi per sgombro vettovagliamento assistenza feriti – ogni aiuto sarà insufficiente.

Non sfugge a riguardo l’aiuto offerto dalla Marina russa proveniente dalla rada di Augusta, e quello della marina inglese. In particolare furono gli equipaggi delle 6 navi zariste a fornire assistenza e vettovagliamenti di ogni genere, imponendo il coprifuoco per contrastare i numerosi atti di sciacallaggio. Si stima che il tempestivo intervento russo riuscì a salvare la vita a circa 3.000 persone, suscitando il compiacimento e l’elogio dello zar Nicola II. In ricordo del salvifico ruolo svolto dai marinai russi, alla presenza del Console Generale della Federazione, nel 2012 Messina dedicava loro una targa in segno di riconoscenza. Sulle zone colpite giunse più tardi anche una squadra navale italiana di tre corazzate e un incrociatore, mentre al contempo, per il ritardo degli ulteriori soccorsi, non mancarono le polemiche nei confronti del governo Giolitti. Ad una prima disorganizzazione si rimediò grazie alla presenza dei Reali che, giunti in città a bordo della Vittorio Emanuele all’alba del 30 dicembre, assunsero la guida delle operazioni di soccorso.

Qui c’è strage, fuoco e sangue. Mandare navi, navi, navi. E’ un flagello. Questo il telegramma del re a Giolitti.

Lo scenario che attese i sovrani fu sconvolgente. Incendi non ancora sedati, voragini e macerie dappertutto. Tra le strade squarciate un persistente lezzo di cadaveri ed una moltitudine di corpi agonizzanti riempiva i principali viali invasi dalle macerie. Sempre capace di dominare le proprie emozioni, stavolta il re si vedeva in lacrime abbracciare un ragazzo in preda allo sconforto. Quindi giunsero i bersaglieri e le navi militari Lombardia, Marco Polo e Campania.  Seguitarono i treni della Croce Rossa e dell’Ordine di Malta. Sorsero ospedali da campo un po’ ovunque e, sulle corazzate Regina Margherita e Regina Elena, si allestirono gli ospedali che avrebbero accolto l’attività umanitaria della crocerossina Elena di Savoia. Le autorità civili e militari trovarono finalmente una guida per ristabilire l’ordine pubblico. Vittorio Emanuele III si spese senza sosta per alleviare le sofferenze della città peloritana. Avendo per l’emergenza messo a disposizione una somma pari a 200.000 lire, in quei giorni non mancò di sostenere il comitato locale della Croce Rossa, partecipando alla matinée organizzata in suo onore per raccogliere ulteriori fondi.

In questa gara di solidarietà, non mancarono tuttavia casi di vergognose defezioni. Lei si presenta adesso che è tutto finito? Questa la frase che il sovrano riservò al sindaco D’Arrigo, ritenuto colpevole di rendersi irreperibile per un giorno intero e pertanto, già precedentemente ammonito dal prefetto, fu  destituito dal re. La difficile situazione, aggravata dal persistere dei gravi disordini, portò il 2 gennaio 1909 alla proclamazione dello stato d’ assedio. Tuttavia, anche il generale Francesco Mazza, che secondo la volontà governativa avrebbe dovuto formare il vertice di un coordinamento unico, si dimostrò troppo pedissequo alle indicazioni del governo centrale, assumendo un atteggiamento eccessivamente burocratico che gli costò il posto. In questo quadro la stampa ne approfittò per pubblicare alcune notizie sul possibile disappunto del sovrano, giacché giacevano sotto le macerie ancora troppo feriti, morti e dispersi, ed insisteva il pericolo epidemico che non si riusciva in nessun modo a scongiurare. Lo stesso Giolitti avrebbe voluto ricoprire la città di calce, salvo rendersi poi conto che non sarebbe bastata tutta quella disponibile. Chi ne fece le spese fu anche la Croce Rossa. Essa mancava dei fondi necessari ad affrontare la catastrofe. La popolazione locale, nel periodo precedente il sisma, non aveva infatti sostenuto efficacemente i comitati territoriali sì da metterli in condizione di reagire in caso di bisogno. Ancora una volta, coscienti delle criticità, i sovrani fornirono un nuovo importante impulso con una donazione di 500.000 lire. A riguardo basti pensare che il Corpo delle Infermiere Volontarie CRI fu costituito, in segno quasi profetico, con il patrocinio della Regina Elena nei mesi appena precedenti la tragedia. Esercitata con molta discrezione, la beneficienza era una delle attività più praticate dalla Famiglia Reale. Anche la Sovrana d’Italia, Elena, arrivando a Messina apriva il suo cuore alla popolazione, operando alacremente per portare sollievo ai derelitti e a quanti avessero bisogno di cure e conforto. Forte della sua preparazione medica, acquisita sin dai tempi del soggiorno a San Pietroburgo, medicava tutti gli infelici e le centinaia di superstiti, assistendo con la sua inseparabile amica, la contessa Jaccarino di Rochefort, il chirurgo Bastianelli. Di fronte poi al problema dei feriti che giacevano lungo le strade e la banchina del porto, abbandonando ogni formalismo, in lingua russa così si rivolgeva al capitano dell’incrociatore Slavia:

Non è la Regina d’Italia, e nemmeno la Principessa del Montenegro che vi parla, è una donna che vi chiede in nome della pietà umana di trasportare questi feriti a Napoli.

Inoltre, nel tentativo di assicurare un tetto ai terremotati ed evitare loro la condizione di profughi, Elena di Savoia si impegnò per la realizzazione di un villaggio in legno, che lei stessa progettò, e che più tardi assunse il suo nome. La difficile situazione di emergenza non le risparmiò tuttavia alcuni episodi drammatici. Come quando allargando le braccia col suo corpo fece da ostacolo a una donna imperterrita di buttarsi nelle gelide acque dello Stretto. Lo scontro, per il colpo ricevuto a capo chino, fu tanto forte da causarle una piccola emorragia, che tuttavia la Sovrana volle ignorare continuando a prodigarsi in favore dei più sfortunati. Secondo le testimonianze dell’epoca, evidenziate anche dallo storica Cristina Siccardi, la Regina fu vista tra le macerie alzare una trave per consentire l’estrazione di un bambino; altre volte sulla nave tra i feriti a medicare, lavare, curare, e confortare con dolci parole di madre tutti i disperati. Pare ne avesse medicati 300 in circa quattro ore. Assieme ad altre volontarie si offriva di cucire vestitini per donne e bambini, e non mancava mai, dalle cucine reali, di assicurare pasti caldi per i sopravvissuti. Significativo della compassione che animava la Sovrana, fu l’accompagnamento alla buona morte di un povero uomo ormai rassegnato per l’assenza di sacerdoti: Confessati a me, sono la tua regina. Queste le parole con le quali l’Angelo della Carità accolse gli ultimi istanti di vita del moribondo. Tante le testimonianze sulla dedizione della Sovrana d’Italia. Una dama della carità, tenera e devota con i feriti e gli orfani, ma anche estremamente tenace per alleviare ogni forma di sofferenza altrui. Per l’eroismo e la nobiltà d’animo dimostrati durante l’emergenza, da tutta Europa le giunsero attestati di ammirazione e molteplici riconoscimenti. Alla Madre d’Italia, la Regina Elena, a seguito di una sottoscrizione nazionale il 26 giungo 1960, presso Largo Seggiola, Messina le dedicherà un monumento in marmo bianco di carrara eseguito dall’artista Antonio Berti, nei cui bassorilievi è ancora possibile rivedere la Sovrana impegnata nelle opere umanitarie a favore dei terremotati messinesi. Il ricordo della Dama della carità in città è ancora estremamente avvertito e costituisce ogni volta un momento di particolare commozione. Tanto che non dovrebbe risultare azzardato affermare che, considerata la tradizione mariana a cui la città si conferma, dopo quasi due millenni, per la sicura intercessione assicurata al popolo messinese dalla Santissima Vergine della Lettera, una donna proveniente dal Montenegro, e dalla divina provvidenza assisa sul trono d’Italia, come la più dolce delle mamme accorreva gli sventurati con una carità tanto rara da dare l’impressione che si trattasse di un conforto elargito direttamente dal cielo. Al suo rientro a Roma, nell’acclamazione più generale, Re Vittorio Emanuele III, a cui Messina dedicherà nel 1929 la Galleria cittadina, assumerà la decisione di istituire una medaglia di benemerenza per premiare quanti si fossero distinti nei soccorsi per il terremoto calabro-siculo, vegliando, poi, sulla delicata fase della ricostruzione degli anni a venire, con una serie di provvedimenti di carattere economico e sociale.