Sabato scorso, 23 maggio, in occasione della ricorrenza della strage di Capaci (1992), in cui persero la vita Giovanni Falcone insieme alla moglie e alla scorta proprio in quel tragico episodio, è uscito un nuovo brano di Roy #Paci, frutto di un lavoro di squadra. Per la prima volta, il cantante ha unito in un’unica grande comunità tanti artisti siciliani in un unico progetto: C.I.A.T.U. (Collettivo Indipendente Artisti della Trinacria Uniti).

Visto che non si potevano organizzare manifestazioni, dal momento che usciamo dal lockdown e non si possono ancora fare assembramenti, l’idea è stata creare un’occasione virtuale per la commemorazione e quindi mettendo insieme diversi cantanti siculi è nata la canzone Siamo Capaci, un brano uscito proprio il 23 maggio.
Tra loro Oriana Civile, cantante siciliana, esattamente di Naso, unica cantante della provincia di Messina che ha partecipato al progetto di Roy Paci. Sentirla era obbligatorio.

Come è stato partecipare a questo progetto?

Ma guarda è stato bello per quello che questo progetto rappresenta soprattutto, un grido di speranza, se vogliamo, e di resistenza contro questo male che attanaglia la nostra terra da troppo tempo ormai. E chissà se mai se ne andrà. Quindi comunque il fatto essere stata chiamata, tra l’altro da Roy Paci, proprio per l’impegno che io metto nel mio lavoro, o nei confronti di certe tematiche, mi ha reso doppiamente orgogliosa. Sicuramente poi trovarsi in mezzo a tutti questi grandi, perché appunto nel video ci sono anche dei nomi veramente altisonanti. Trovarmi in mezzo in questa situazione per me è stato veramente importante, perché insieme stiamo lanciando un messaggio, che è quello di dire no a certe cose, che ancora purtroppo abbiamo la necessità di dire no a certe cose, perché certe cose esistono ancora evidentemente.

Purtroppo sì, se ne parla sempre. Però il problema è proprio questo, che sembra una storia infinita. Non si finisce mai di parlare di certe tematiche, purtroppo direi!

Quest’anno la pubblicità istituzionale delle stragi finiva con la frase “La lotta alla criminalità non si fermerà mai” e non è una bella cosa, perché significa che la criminalità non si fermerà mai. Il mio sogno è quello che un giorno non avremo più bisogno di parlare di certe cose, non avremo bisogno di lottare per certe cose, perché certe cose finalmente non esisteranno più. È un’utopia probabilmente, però bisogna crederci, perché altrimenti è finita

Tornando al progetto Siamo #Capaci le parole del testo sono commoventi per certi versi ed è un testo, che secondo me, sembra anelare e richiamare la voglia di cambiamento di questa terra.

Ci dici qualcosa in più su questo aspetto? Magari vissuto da voi artisti è sicuramente diverso da come lo possiamo percepire noi. Qual è esattamente il messaggio che si vuole lanciare?

Io credo che una volta che un’opera d’arte è conclusa non è più di chi l’ha fatta o di chi la interpreta ma di tutti, quindi il messaggio, il significato è quello che ognuno si trova. Poi ci sono delle cose naturalmente che sono oggettive, come l’essere pronti a dire no a un fenomeno mafioso. Siamo in grado di riconoscerlo, quindi siamo in grado di sbattergli la porta in faccia. Se non lo facciamo la responsabilità sarà nostra. Non possiamo dire non me ne sono accorto, oppure non so che cos’è. Oggi è inaccettabile.
Ai tempi di Falcone, quindi nel 92, ancora c’era difficoltà a parlare di mafia. Chi ne parlava veniva deriso. Ma oggi non abbiamo più scusanti. Quindi comunque oggi dobbiamo essere tutti responsabili, siamo tutti responsabili della situazione generale. È una responsabilità collettiva.
La frase che mi piace di più del brano è questa:
“Il dovere è vivere nel dovere
Credere che il giusto sia l’essenziale
Dire che sono anche affari miei
È qualcosa che fanno gli eroi”.

Siamo sempre là: responsabilità individuale che diventa collettiva.

Nessuno può dire non mi riguarda.

Anche perché vediamo che, anche se non ti riguarda il fenomeno molto spesso ci si ritrova in mezzo, come Graziella Campagna, come anche Attilio Manca, che suo malgrado si è trovato ad operare Bernardo Provenzano di cancro alla prostata e, da un giorno all’altro, si è trovato disteso sul suo letto a Viterbo, completamente massacrato.

Indagando sul progetto, sono venuta a conoscenza che i proventi, cioè tutto quello che verrà ricavato dalla vendita del brano, andranno in beneficenza.
Ci vuoi dire qualcosina in più su questo aspetto?

Sì praticamente i proventi saranno divisi: metà andranno alla scuola Pertini dello Sperone di Palermo, una scuola che è stata un vandalizzata in questi giorni di quarantena, in un quartiere particolare di Palermo, dove si lotta per cercare di portare la legalità. L’altra metà andrà all’associazione Libera sempre in favore di studenti in difficoltà e di situazioni scolastiche precarie.

Parlando di scuola mi viene in mente la cultura.
Secondo te che ruolo ha la cultura oggi nella nostra Sicilia?

La cultura, che sia in Sicilia che sia in Nuova Zelanda, per l’essere umano è una cosa fondamentale, tanto quanto il pane. Solo che non ce ne accorgiamo, perché se ci manca il pane ci fa male la pancia, se ci manca la cultura sentiamo un malessere dentro ma non sappiamo definire che cos’è. Ed è proprio quello. La cultura in qualunque popolazione, in qualunque essere umano è fondamentale, soprattutto in certi contesti, in cui praticamente la cultura interviene. Ci sono certi posti, certe situazioni, certi nuclei familiari, certe vite in cui ci si trova per forza di cose.

La cultura salva?

In certi contesti è pure salvifica. Sì decisamente. Perché è la conoscenza che fondamentalmente salva, cioè conoscere determinate cose ti aiuta a scegliere da quale parte stare, ti aiuta a capire quale è la parte giusta e quale è la parte sbagliata. Poi sta a te decidere se stare nel bene o se stare nel male, ma se non sai che esiste il bene non lo puoi scegliere. Quindi la cultura è fondamentale. Quindi il lavoro da fare nelle scuole con i ragazzi è farlo con le forme d’arte, secondo me è molto più potente che farlo con le parole. Perché una canzone, uno spettacolo teatrale valgono molto di più di cento convegni, perché arriva dritta all’anima ed è proprio là l’obiettivo dell’arte, scavalcare i filtri e arrivare dove deve arrivare in maniera immediata.

Un’ultima domanda che non c’entra niente con quello di cui abbiamo parlato.
Qual è la tua canzone preferita?

Questa è la domanda difficilissima perché ce ne sono talmente tante canzoni bellissime che sceglierne solo una sembra un peccato. E quindi che ti devo dire? che mi rifaccio praticamente ai miei studi e a quello che io come missione mi sono data nella vita, che è quella di far conoscere la musica popolare siciliana ai siciliani, quindi ti dico che la mia canzone preferita è “A LA FIMMINISCA”. Un canto di tradizione ottocentesco, comunque rilevato nel 1800 da Alberto Favara, si trova infatti nel Corpus di musiche popolari siciliane di Alberto Favara, ed è un canto di donne di pescatori, le quali cantavano pregando Dio, quando il mare si faceva troppo brutto e i loro uomini erano in mare a pescare e non potevano tornare. Quindi non avevano altro strumento se non la preghiera

Grazie ad Oriana Civile per la disponibilità.