
Sembra che la sua forma rievochi quella dell’albero di Natale. Tale struttura sembrerebbe trarre lo spunto dal tipico rifugio usufruito nel passato in Sicilia dai pastori e contadini per la vita agreste. Per la realizzazione di questa manifestazione partecipano parecchie persone e la preparazione è assai lunga. Dai boschi circostanti vengono trasferiti fino al centro abitato pertiche e verghe, preferibilmente di castagno. Vengono trasportate frasche di acacia per costruire lo scheletro attorno a cui ruoterà il cerimoniale. L’insieme viene dislocato su un robusto palo, di nove metri circa . Su cadenze di battiti alternati e tecniche che solo l’esperienza ha fatto conseguire di generazione in generazione, si procede alla costruzione del “Pagghiaru”.
L’assalto al “Pagghiaru” avviene dopo le cerimonie religiose e dopo la benedizione delle acque, nel tardo pomeriggio. Quando arriva il momento , gli “assaltatori”, impazienti di sfidarsi, si lanciano nel Pagghiaru. Con l’aiuto di parenti ed amici sperano di raggiungere freneticamente la cupola e toccare la croce. Il vincitore è colui che riesce ad impossessarsi della croce e del gruzzolo istituito come premio. Coloro che sono riusciti a salire nel fantomatico “albero della cuccagna” sono ritenuti vincitori. Iniziano a spogliare il Pagghiaru dalle arance, dai limoni e dalle ciambelle di pane, lanciandoli sulla folla, per dividere i beni , auspicio augurale . Il rito fonda le sue origini nelle antiche feste agrarie di matrice precristiana inclini a propiziare la fecondità della terra. A conclusione dello spettacolo , la folla si raduna nel vicino santuario , in cui il sagrato diviene teatro di un altro rito . Lì con un tocco di fascino e di interesse antropologico si attua la pantomima del “Cavadduzzu e l’omu sarbaggiu”.