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Referendum Giustizia, esperti di diritto a confronto per provare a fare chiarezza

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Le ragioni del "sì" e del "no" nel dibattito, uno dei pochissimi sull'argomento, organizzato dall'Università di Messina

Gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul Referendum Giustizia. Cinque quesiti su diversi temi nell’ambito della giustizia. A Messina le cinque schede referendarie vanno ad aggiungersi alle due delle elezioni amministrative e a quella del referendum di Montemare.

Per fare chiarezza sui temi del referendum abrogativo del 12 giugno, le cattedre di Istituzioni di diritto pubblico e di Diritto costituzionale, con la collaborazione di quella di Diritto penale, dell’Università di Messina hanno commentato e contestualizzato le cinque domande oggetto del referendum durante un incontro dal titolo “Il referendum del 12 giugno: un dibattito aperto” presso il Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche.

All’iniziativa, promossa e organizzata dal dott. Alberto Randazzo che ha introdotto e moderato i lavori, hanno partecipato i professori Anna Maria Citrigno, Luigi D’Andrea, Alessandro Morelli, Giovanni Moschella, Simona Raffaele e Antonio Saitta.

Le cinque schede referendarie riguardano, in particolare: l’abrogazione della legge Severino, la riduzione dei casi di applicazione delle misure cautelari, la separazione delle funzioni dei magistrati, gli organi preposti alla valutazione dei magistrati e le modalità di presentazione delle candidature al Consiglio superiore della Magistratura.

«Qualora si riuscisse a conseguire il quorum – ha commentato il prorettore vicario dell’Università, Giovanni Moschella – e dovesse vincere il “sì”, ciò determinerebbe una serie di vuoti legislativi che dovrebbero essere colmati con interventi puntuali e specifici». Il rischio, altrimenti, è quello di «mettere in discussione l’intero assetto dell’ordinamento giudiziario per la parte che viene presa in considerazione dal referendum».

I quesiti delle schede nel dettaglio

Scheda rossa: abrogazione totale della “legge Severino”

Il primo quesito (scheda rossa) riguarda l’abrogazione totale della legge Severino. Questa norma prevede l’incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo per chi è stato condannato in via definitiva per delitti non colposi.

La disciplina in vigore prevede che:

  • alla condanna definitiva per determinati reati (per esempio reati di mafia, di terrorismo, corruzione) segua, in via automatica l’incandidabilità (o la decadenza);
  • la condanna non definitiva determini la sospensione temporanea (solo per gli amministratori locali).

In caso di abrogazione verrebbe meno l’automatismo e dovrebbe essere il giudice penale a decidere, caso per caso, se applicare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Scheda arancione: riduzione dei casi di applicazione di misure cautelari

Il secondo tema del referendum riguarda i casi di applicazione delle misure cautelari.  

L’articolo 274 del codice di procedura penale ammette l’adozione delle misure cautelari in caso di rischio di inquinamento delle prove, pericolo di fuga, pericolo che l’indagato o l’imputato commetta gravi delitti con uso di armi o contro l’ordine costituzionale oppure delitti di criminalità organizzata o delitti della stessa specie di quello per cui si procede.

Il referendum mira a eliminare quest’ultimo caso, così da impedire l’adozione di una misura cautelare che sia fondata solo sul rischio della reiterazione.

Scheda gialla: separazione delle funzioni dei magistrati

La terza scheda (scheda gialla) chiama i cittadini a esprimersi sulla separazione delle funzioni dei magistrati.

La normativa in vigore prevede che i magistrati possano cambiare funzione, da giudicante a inquirente (funzione investigativa), fino a quattro volte nel corso della loro carriera. L’abrogazione di queste norme eliminerebbe del tutto questa possibilità.

Secondo i sostenitori del referendum una rigida separazione garantirebbe una maggiore imparzialità dei giudici.

Gli oppositori ritengono che tale scelta provocherebbe una divisione all’interno del corpo giudiziario ingiustificata e incompatibile coi principi costituzionali.

Scheda grigia: valutazione dei magistrati

La quarta domanda riguarda gli organi a cui compete la valutazione dei magistrati. Secondo il sistema attuale, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) esprime ogni quattro anni una valutazione sull’operato dei magistrati con pareri motivati (ma non vincolanti) del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dai Consigli giudiziari.

Questi consigli sono composti sia da membri togati (magistrati) che laici (avvocati e professori universitari). Solo i membri togati hanno la facoltà di valutare i magistrati.

Nel caso in cui al referendum del 12 giugno dovessero prevalere i “Sì”, anche la componente laica dei Consigli (professori universitari e avvocati) potrebbe partecipare alla valutazione dei magistrati.

Da un lato, in questo modo, i giudizi sull’operato della magistratura risulterebbero più obiettivi e meno autoreferenziali, a fronte dell’altissima percentuale di valutazioni positive che ricorre attualmente.

Resta il rischio che un avvocato possa esprimersi negativamente verso un magistrato che abbia adottato decisioni sfavorevoli ai propri assistiti o, al contrario, il pericolo che un giudice possa essere condizionato nelle sue scelte davanti a un avvocato che sarà, poi, chiamato a valutarlo.

Scheda verde: modalità di presentazione candidature dei magistrati al CSM

Il quinto quesito riguarda la modalità di presentazione delle candidature dei magistrati al Consiglio Superiore della Magistratura.

Ad oggi, ciascuna candidatura deve essere sottoscritta da almeno 25 colleghi magistrati.

Il referendum mira a eliminare del tutto questo requisito.

I sostenitori del “sì” puntano ad attenuare il peso delle correnti, mentre quelli del “no” evidenziano che la raccolta delle sottoscrizioni manifesta la serietà della candidatura.

Per leggere i quesiti integrali CLICCA QUI

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