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Usi e tradizioni di Messina all’Epifania

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L’Epifania ogni festa porta via…È il detto più comune sull’ultima festa dei botti.

L’Epifania ogni festa porta via…È il detto più comune sull’ultima festa dei botti. Sono in pochi, però, quelli che vorrebbero assistervi in pieno Covid.

 

 

In un sobborgo di Messina, alla distanza di quasi 8 Km dal centro città, c’è una località, chiamata Bordonaro. Il villaggio conta circa 4.000 abitanti. Il nome trae origine dal termine latino “burdonarius”, “colui che conduce le bestie da soma”. Potrebbe derivare da bardoni, mulattieri che conducevano gli asini quando il grano dalla città giungeva ai mulini di Bordonaro. L’Epifania è una tradizione in tutto il mondo Cristiano e in quello ortodosso.

A Messina, a Bordonaro, era d’uso, annualmente il tradizionale “ Pagghiaru”(Pagliaio). È bene ricordare che con le regole Anticovid, emanate dal Ministro è impossibile la realizzazione del tradizionale evento. Le origini sono antichissime e risalgono all’ XI secolo. Venne introdotta dai Padri Basiliani, che volevano festeggiare il giorno del Battesimo di Gesù.

Nel giorno dell’Epifania la piazza maggiore di Bordonaro è stata teatro di un importante spettacolo, conosciuto in tutto il mondo con il nome di “U Pagghiaru “. Tanti giovani nel corso degli anni hanno gareggiato, arrampicandosi in una specie di capanno, sospeso su un palo altissimo e abbellito di oggetti variopinti . Pare che la sua forma rievochi quella dell’albero di Natale. Tale struttura trae lo spunto dal tipico rifugio sfruttato nel passato in Sicilia dai pastori e contadini per la vita agreste. La preparazione è assai lunga. Dai boschi circostanti fino al centro abitato giungevano pertiche e verghe, preferibilmente di castagno. Poi trasportate frasche di acacia per lo scheletro attorno a cui ruotava il cerimoniale. L’insieme, in seguito, dislocato su un robusto palo, di nove metri circa. Interessante la crucera, concepita dall’incrocio di quattro travi all’interno di un cerchio di ferro . Su cadenze di battiti alternati e tecniche che solo l’esperienza ha fatto conseguire di generazione in generazione, si procedeva alla costruzione del “Pagghiaru”. Con l’occhio attento degli anziani, sempre pronti a dare consigli, il palo si saldava al centro della piazza. Pertiche intrecciate, tramite lunghe verghe intessute nel telaio, riproducevano una cupola simile ad un tetto, ricoperto di foglie di acacia. La mattina del sei Gennaio la campaniforme veniva addobbata da arance, limoni, cotone idrofilo, cartoncino colorato e pane azzimo. Sulla sua vetta veniva inserita una croce colma di arance, salsiccia, panini a forma di stella e nastro rosso. L’assalto al “Pagghiaru”, come di consueto, avveniva dopo le cerimonie religiose e dopo la benedizione delle acque, nel tardo pomeriggio.

Dopo il via gli “assaltatori”, impazienti di sfidarsi, si lanciavano nel “Pagghiaru”, con lo scopo di raggiungere la cupola e toccare la croce. Il vincitore era colui che riusciva ad impossessarsi del gruzzolo istituito come premio. Il fantomatico “albero della cuccagna” dai suoi vincitori veniva spogliato dalle arance, limoni, ciambelle di pane. Essi venivano lanciati sulla folla come auspicio augurale . A conclusione dello spettacolo , la folla si radunava nel vicino santuario, teatro di un altro rito. Fascino e interesse antropologico con la pantomima del “Cavadduzzu e l’omu sarbaggiu”, una specie di battaglia. Con una danza al suono della banda musicale due uomini indossavano un’armatura raffigurante un cavallo, “u cavadduzzu” ed un altro con una corazza, un elmetto, una lancia e uno scudo, “l’omu sarbaggiu”.

Le armature erano create da canne di bambù e legno, anziché stoffa o cartapesta. La caratteristica festa nel giorno dell’Epifania, quando i bambini attendono i doni dalla vecchietta, che dalle favole scende dai camìni, il “Pagghiaru” rappresenta un ricordo lontano. Chi non ricorda le centinaia di petardi fatti esplodere nel corso della battaglia-danza? Il valore dei due bizzarri personaggi stava nel riuscire a mimare i passi di danza, incoraggiando lo sparo dei giochi d’artificio. Vinceva la battaglia, di pochi minuti, colui che sparava l’ultimo colpo. Generalmente era il cavadduzzu. La pantomima è simbolo della lotta del bene contro il male, residuo di quei riti magico-rituali che venivano celebrati nelle remote società agrarie . Ciò avveniva nei periodi in cui erano evidenti le incertezze del futuro, in inverno come auspicio per la rinascita della natura. I due riti, sebbene teatralmente differenti, conducono ad un simile significato : Il rinvigorimento della vita e della natura e il presagio di un roseo avvenire. Quest’anno tutto annullato: le tradizioni agresti hanno subito un blackout a causa del Covid e dei suoi ultracontagi nel Messinese. Ferme le tradizioni di paese a causa della Pandemia con Delta e Omicron. Si suole dire: “Nenti ‘ a Bbuddunaru senza ‘u Pagghiaru”, tuttavia bisogna essere fiduciosi per il futuro. Tutto posticipato a tempi migliori.

È l’Epifania che vuole offrire al nutrito pubblico di sempre uno spettacolo senza paure. Con la gioia di una città sul mare che ama e desidera un rinnovamento positivo, senza staccarsi dai riti e tradizioni popolari, ci si auspica in breve ad un ritorno alle manifestazioni di un tempo. Sembrerebbe voler pronosticare: L’ Epifania con il Covid va via! . È questo il momento di vaticinare un senso di ottimismo per tutti.

 




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